Cos’è la sindrome del figlio prediletto e perché danneggia anche chi riceve più attenzioni, secondo la psicologia?

Se sei cresciuto con fratelli o sorelle, almeno una volta hai pensato che mamma o papà avessero un debole speciale per qualcun altro. Magari era tuo fratello che poteva tornare a casa più tardi senza spiegazioni, o tua sorella che riceveva complimenti a raffica mentre tu dovevi sudare sette camicie per un briciolo di approvazione. E quando ne parlavi, ti sentivi rispondere: “Ma no, vi vogliamo bene tutti allo stesso modo!” seguito da uno sguardo che sottintendeva “stai esagerando”.

Ecco, preparati: non stavi esagerando. La scienza ti dà ragione, nero su bianco. La ricercatrice Jill Suitor ha condotto studi approfonditi su oltre 725 adulti con un’età media di 49 anni, scoprendo qualcosa che molti di noi sospettavano ma che nessuno osava ammettere apertamente. Circa due terzi dei genitori mostra favoritismi sistematici verso uno o più figli, anche se raramente lo confesserebbe a voce alta. Questo fenomeno ha un nome tecnico che fa molto più serio: trattamento parentale differenziale, o PDT per gli amici.

La parte interessante? Non si tratta necessariamente di differenze eclatanti, tipo regalare una macchina a uno e una bicicletta usata all’altro. Parliamo di sfumature: il tono di voce più paziente con un figlio, il tempo dedicato ad ascoltare le loro giornate, la quantità di interesse mostrata per i loro hobby. Roba sottile, che però i bambini captano con la precisione di un radar militare.

Perché succede: le ragioni che non ti aspetti

Prima di maledire i tuoi genitori, respira. Il favoritismo non nasce perché tua madre è cattiva o tuo padre non ti voleva abbastanza bene. Gli psicologi che studiano queste dinamiche familiari hanno identificato una serie di fattori che creano queste preferenze, spesso in modo completamente inconscio.

A volte è questione di somiglianza: un genitore vede riflesse in un figlio caratteristiche che riconosce come proprie, o che apprezza particolarmente. Può essere l’amore per la lettura, un certo senso dell’umorismo, persino tratti fisici che ricordano qualcuno di caro. Questa affinità naturale crea un terreno più fertile per la connessione emotiva.

Altre volte entra in gioco il temperamento. Ammettiamolo: un bambino tranquillo che dorme tutta la notte e fa i compiti senza essere inseguito per casa è oggettivamente più facile da gestire di uno che trasforma ogni pasto in una trattativa diplomatica e considera il sonno una punizione crudele. I genitori sono umani, e gli umani gravitano naturalmente verso ciò che richiede meno energia.

Gli studi di Dunn e Plomin del 1990, successivamente confermati da McGuire nel 2002, hanno documentato come anche l’ordine di nascita e il genere giocano ruoli cruciali. Il primogenito incarna spesso le ambizioni genitoriali più pure, quello su cui proiettare tutti i sogni non realizzati. L’ultimo nato diventa automaticamente il “bambino di casa”, coccolato e protetto più a lungo. E nelle famiglie più tradizionali, soprattutto in alcune zone dell’Italia, il figlio maschio ha storicamente goduto di privilegi rispetto alle figlie femmine.

I meccanismi invisibili che nessuno ti spiega

La psicologia clinica ha identificato meccanismi di difesa specifici che i genitori attivano senza rendersene conto. La scissione, per esempio, è quel processo per cui un figlio diventa il depositario di tutte le qualità positive mentre l’altro si ritrova incasellato nel ruolo del problematico, del ribelle, del “difficile”. Non è che il genitore si sveglia la mattina pensando “oggi tratterò male Marco”, semplicemente il cervello ha creato delle scorciatoie cognitive che si autoalimentano.

La proiezione funziona in modo ancora più subdolo. Un padre che ha sempre rimpianto di non essere diventato medico potrebbe riversare inconsciamente tutte le sue aspettative su un figlio, investendo ogni risorsa emotiva ed economica su di lui, mentre relega l’altro a una posizione marginale. Una madre che vede in una figlia caratteristiche che la ricordano di una sorella con cui aveva un rapporto conflittuale potrebbe trattarla con maggiore rigidità senza capirne il motivo.

Essere il preferito non è vincere alla lotteria

Qui arriva il colpo di scena che lascia tutti a bocca aperta: essere il figlio prediletto non è esattamente aver vinto il jackpot familiare. Gli studi di Suitor e collaboratori pubblicati tra il 2014 e il 2018 hanno documentato che i figli favoriti hanno più depressione e stress. Sì, hai letto bene.

Il figlio prediletto cresce con un peso invisibile ma schiacciante: quello delle aspettative stratosferiche. Se sei tu quello su cui tutti fanno affidamento, quello che non delude mai, quello perfetto, finisci per costruire la tua intera identità su questa approvazione esterna. La tua autostima non poggia su basi solide interne, ma dipende interamente dallo sguardo degli altri.

Ellen Weber Libby, psicologa che ha studiato approfonditamente queste dinamiche, ha osservato come questi individui sviluppino frequentemente tratti che sembrano narcisistici ma che in realtà nascondono una fragilità devastante. Non è arroganza: è terrore. Il terrore di perdere quello status privilegiato, il terrore di deludere, il terrore di mostrare la minima debolezza che potrebbe far crollare l’intera impalcatura.

Da adulti, questi figli perfetti si ritrovano intrappolati in schemi comportamentali distruttivi. Sul lavoro cercano costantemente l’approvazione del capo, lavorando fino al burnout perché dire di no significherebbe ammettere un limite. Nelle relazioni sentimentali diventano persone che si annullano per compiacere il partner, replicando quel bisogno disperato di validazione che li ha caratterizzati fin dall’infanzia.

Il senso di colpa che nessuno vede

C’è un aspetto del figlio prediletto che raramente viene discusso: il senso di colpa corrosivo. Crescere consapevoli di ricevere più attenzioni, più opportunità, più libertà rispetto ai propri fratelli genera un disagio profondissimo. Alcuni sviluppano comportamenti di autosabotaggio proprio per compensare, come se meritassero di soffrire per bilanciare i privilegi ricevuti.

Altri si trasformano in mediatori compulsivi, cercando costantemente di aggiustare le dinamiche familiari, di prendersi cura dei fratelli trascurati, assumendo ruoli genitoriali che non competono loro. Sembra un comportamento nobile, ma nasconde un tentativo disperato di alleviare quel peso emotivo che nessun bambino dovrebbe portare.

L’altro lato della medaglia: chi cresce nell’ombra

Se il figlio prediletto vive nel terrore di perdere il suo status, quello percepito come sfavorito cresce con una domanda martellante che non trova mai risposta: “Cosa c’è che non va in me?”. Gli studi sul trattamento parentale differenziale documentano come questi individui sviluppino più frequentemente scarsa autostima, ansia e depressione clinicamente significative.

La narrativa interna che si costruiscono è devastante e si radica profondamente: “Non sono abbastanza intelligente, abbastanza interessante, abbastanza bravo per meritare l’amore dei miei genitori”. Questo schema mentale diventa il filtro attraverso cui interpretano ogni relazione futura. Sul lavoro potrebbero autosabotarsi proprio quando stanno per ottenere un successo, convinti in fondo di non meritarlo. In amore potrebbero accettare trattamenti inadeguati, replicando inconsciamente quella dinamica familiare dove ricevere poco affetto è la normalità.

Hai mai percepito favoritismi in famiglia?
Mai
A volte
Spesso
Sempre

La rivalità fraterna è un’altra conseguenza pesantissima. Quando l’affetto genitoriale viene percepito come una risorsa scarsa da conquistare in competizione, i fratelli diventano avversari piuttosto che alleati. Questa dinamica avvelena i rapporti per decenni, persino dopo la morte dei genitori, quando improvvisamente ci si ritrova estranei con persone che dovrebbero rappresentare il nucleo affettivo più stretto.

Schemi che si ripetono all’infinito

La parte più inquietante è come questi schemi si perpetuano. Chi è cresciuto sentendosi meno amato spesso sceglie partner emotivamente indisponibili, ricreando inconsciamente la dinamica originaria nella speranza irrazionale di poterla finalmente risolvere. “Se riesco a far innamorare questa persona distante, dimostrerò finalmente di avere valore” è il pensiero sotterraneo che guida scelte sentimentali oggettivamente dannose.

Sul lavoro potrebbero sviluppare una sindrome dell’impostore particolarmente virulenta, convincendosi che ogni successo sia frutto del caso e che prima o poi qualcuno scoprirà che sono dei fraudolenti. Oppure, al contrario, potrebbero diventare ipercompetitivi in modo tossico, cercando di dimostrare ossessivamente il proprio valore attraverso il superamento costante degli altri.

Come riconoscere se sei intrappolato in questi schemi

La buona notizia è che riconoscere questi pattern è il primo passo fondamentale per liberarsene. Se da adulto ti ritrovi a cercare costantemente l’approvazione degli altri prima di prendere decisioni, se scegli sistematicamente partner che ti fanno sentire inadeguato, se ti senti in colpa quando hai successo, o al contrario se saboti le tue opportunità proprio quando stanno per concretizzarsi, forse vale la pena guardarsi indietro.

Chiediti: quale ruolo avevo nella mia famiglia d’origine? Ero il figlio su cui tutti facevano affidamento o quello di cui ci si lamentava sempre? Quella dinamica si sta riproducendo nelle mie relazioni attuali? Molti adulti riportano veri e propri momenti di illuminazione quando collegano finalmente i puntini. Quella tendenza a dimenticare sempre gli appuntamenti importanti potrebbe essere una ribellione inconscia alle aspettative altissime del figlio perfetto. Quella difficoltà cronica a chiedere un aumento potrebbe affondare le radici in un’infanzia passata a sentirsi meno meritevole dei fratelli.

Riconoscere queste dinamiche non equivale a trasformare i propri genitori in mostri da demonizzare. La stragrande maggioranza ha fatto del proprio meglio con gli strumenti emotivi che aveva a disposizione. Molti hanno a loro volta subito trattamenti parentali differenziali, perpetuando inconsciamente schemi generazionali che nessuno ha mai messo in discussione.

Cosa puoi fare concretamente partendo da oggi

Se ti riconosci nel ruolo del figlio prediletto, inizia a chiederti cosa desideri veramente tu, non cosa renderebbe felice qualcun altro. Esercitati a tollerare la disapprovazione altrui senza crollare emotivamente. Riconosci che il tuo valore come persona non dipende dalle tue performance o dall’approvazione esterna. Considera di aprire un dialogo onesto con i fratelli sulle dinamiche familiari vissute, anche se spaventoso.

Se invece ti sei sentito trascurato, lavora attivamente per sfidare quella vocina interna che ti dice di non meritare. Raccogli prove concrete dei tuoi successi e delle tue qualità, creando una narrativa alternativa a quella appresa in famiglia. Nelle relazioni, stabilisci standard chiari su come vuoi essere trattato e non accontentarti di briciole affettive. Ricorda che le limitazioni dei tuoi genitori non avevano nulla a che fare con il tuo valore intrinseco.

Spezzare il ciclo per chi verrà dopo

Se sei genitore o pensi di diventarlo, la consapevolezza di queste dinamiche è cruciale. La ricerca in psicologia familiare suggerisce pratiche concrete: monitora le tue reazioni emotive verso ciascun figlio, chiedendoti se ci sono differenze sistematiche. Chiedi feedback sincero al partner o a persone fidate su eventuali squilibri che potrebbero esserti sfuggiti.

Ricorda che trattamento equo non significa identico. Figli diversi hanno bisogni diversi, temperamenti diversi, richiedono approcci educativi diversi. Ma il messaggio di fondo deve essere cristallino e coerente: “Siete tutti ugualmente amati, preziosi e importanti per me”. Quando ti accorgi di una preferenza, non flagellarti. Riconoscerla è già un passo avanti enorme rispetto alla negazione. Lavora attivamente per compensare, magari dedicando tempo individuale con il figlio verso cui fatichi di più a connetterti, cercando di scoprire il suo mondo interno con curiosità autentica anziché con giudizio.

Quando serve un aiuto professionale

Alcune conseguenze del trattamento parentale differenziale richiedono un supporto specializzato. Se ti ritrovi intrappolato in pattern autosabotanti che compromettono seriamente la tua vita professionale o personale, se sperimenti sintomi depressivi o ansiosi significativi che interferiscono con il funzionamento quotidiano, se le relazioni con i fratelli sono fonte di sofferenza costante, un percorso terapeutico può fare concretamente la differenza.

La terapia familiare, in particolare, può aiutare a portare alla luce dinamiche sotterranee che nessuno osa nominare e a rinegoziare i ruoli che ciascuno ha cristallizzato nel sistema familiare. Molte famiglie scoprono che parlare apertamente di questi temi, seppur doloroso inizialmente, libera energie emotive intrappolate da decenni e permette finalmente di costruire relazioni autentiche.

La realtà complicata dell’amore familiare

Questa ricerca ci racconta qualcosa di profondamente e dolorosamente umano: amare è complicato, e l’amore perfettamente equo e incondizionato probabilmente esiste solo nelle favole che leggiamo ai bambini. I genitori sono persone con le loro ombre, le loro ferite irrisolte, i loro pregiudizi che nemmeno conoscono. I figli sono individui unici che evocano risposte emotive diverse, alcune più facili, altre più complicate.

Riconoscere che il favoritismo genitoriale esiste e ha conseguenze reali non significa cancellare l’amore o i momenti positivi vissuti in famiglia. Significa semplicemente guardare con occhi adulti e compassionevoli alle imperfezioni che caratterizzano tutti i sistemi umani. E soprattutto, significa darsi il permesso di elaborare il proprio vissuto senza minimizzarlo con frasi come “altri hanno avuto di peggio” o “comunque i miei genitori mi volevano bene”.

Entrambe le cose possono essere vere contemporaneamente: i tuoi genitori ti volevano bene E alcune loro scelte hanno lasciato cicatrici che ancora sanguinano. Accogliere questa complessità senza negare nessuno dei due aspetti è l’unico modo per integrarla veramente e andare oltre, costruendo finalmente la vita che meriti, libera da copioni scritti decenni fa in un contesto che non esiste più. La consapevolezza è potere. Ora che sai, puoi scegliere diversamente.

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